Vin Santo e Passito

Tra le pratiche più comuni di meditazione è facile annoverare lo yoga, ma per raggiungere un pari se non superiore livello di consapevolezza noi di Panella preferiamo affidarci al vino.

Platone e Socrate definirono il sacro nettare come la bevanda capace di propiziare l’arte del filosofare, specialmente (aggiungiamo noi) quando l’equilibrio si raggiunge sorseggiando lentamente un bicchiere di Vin Santo o di Passito. Simbolo di ospitalità, il Vin Santo mutua il proprio nome dalla leggenda secondo cui, durante la peste di Siena del 1300, un frate distribuisse vino dagli effetti salvifici. Meno romantiche le spiegazioni che attengono al periodo della produzione, coincidente con feste religiose quali Pasqua e Ognissanti.

L’origine del Passito, oro di Pantelleria, si perde nella notte dei tempi con il primo riscontro datato 200 a.C. Entrambi appartenenti alla categoria dei vini appassiti, prodotti secondo un processo di essiccazione dei grappoli su ganci o graticci al fine di evidenziare l’alto tenore zuccherino dell’acino e ridurne l’acidità, queste due essenze si differenziano per l’uva utilizzata: tradizionalmente Malvasia e Trebbiano toscano per il Vin Santo, più aromatica – come la Zibibba siciliana – per il Passito.

Questi vini ambrati, ideali da soli per rilassarsi in serate invernali accanto al camino, sono anche sposi eccellenti per cantuccini, paste di mandorle e crostate ai frutti di bosco con cui dialogano con proficuo contrasto, ma sorprendono ulteriormente se accostati in modo poco canonico a formaggi erborinati, caprini o foie gras.

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